Il Gioielliere

Era lì.
La vedevo.
La sua bellezza era qualcosa di inspiegabile, mistica ed esoterica.
Era innanzi a me, senza alcuna ombra a turbare la sua limpida certezza di essere com’era. Era, certamente, ignara di tanta bellezza, anche se in alcuni riflessi ed accenni tradiva la consapevolezza della sua condizione.
Aveva catturato i miei sensi ed i miei pensieri in un solo attimo. Un attimo solo per rubare annullare le mie facoltà mentali e proiettarle in un punto oscuro da cui era impossibile tornare.
Attorno a me sparirono i profumi e le essenze di cannella, vaniglia e pepe rosa che avevano solleticato il mio olfatto, sin dall’inizio di quella mattina. Adesso, si erano dissolte nella viva lucentezza della bellezza che si dipanava davanti ai miei occhi.
Anche il suono ritmico ed ipnotico del sitar che fino a poco prima avvertivo chiaramente, mi apparve ovattato per poi sparire sovrapponendosi allo sfondo incolore in cui stanno le cose senza importanza.
La bellezza, quella vera davanti ai miei occhi, stava rubando la scena ad ogni cosa.
Anche il sole, faceva la sua parte, regalandole nuovi ed intensi riflessi ad ogni piccolo movimento nuovi riflessi. Ed ognuno di essi, provocava in me sensazioni indescrivibili.
Così mi trovai ad immaginare di averla, di possederla, di stringerla e sentirla mia.
Mia per sempre.
E continuai ad ammirarla in silenzio.
Potevo percepirne l’energia e la forza che quella bellezza emanava. Ne sentivo anche il profumo, ma non sapevo identificarlo, i miei sensi erano tutti impegnati nell’assorbire ogni elemento da quella scena.
Dovevo averla.
Dovevo conquistarla. Ad ogni costo.
Ad ogni costo.
Per lei chiunque avrebbe fatto qualsiasi cosa.
E adesso era lì, per me.
Tremavo osservandola, cercando di assorbirne ogni più piccolo particolare.
Provai a cercare qualche difetto, un qualcosa che me la facesse apparire meno bella, meno perfetta di ciò che in realtà era. Qualcosa che mi facesse recedere dall’insano proposito di possederla per sempre.
Ma nulla. Non c’era nulla a cui mi sarei potuto appigliare.
E dovevo decidere.
In quel momento sarebbe bastato solo un segno, un assenso anche tacito che sarebbe stata mia, per sempre.
Mia per sempre.
E la riguardai, mente il sole la faceva apparire fulgida da ogni angolo, e mi resi conto che come la vedevo io l’avrebbero vista migliaia e migliaia di uomini e mestamente mi decisi.
“No – dissi – Questa gemma di diamante, non posso acquistarla, è troppo costosa.”
Il venditore la riprese dal banco su cui l’aveva poggiata, la conservò nel logoro sacchettino di cuoio gualcito ed uscì, così per come era entrato.
Gli aromi di vaniglia, cannella e pepe rosa tornarono a solleticare il mio naso ed in lontananza il sitar aveva ripreso la sua melodia, che questa volta mi apparve un pizzico più triste.

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