Il nome del protagonista di “Diciassette alle due”, Howard Phillips Morris, è un omaggio a Howard Phillips Lovecraft, il più grande autore horror/fantasy che sia mai esistito. Ed è anche una citazione di Dracula di Bram Stoker, romanzo in cui un americano Quincy Morris ha combattuto sino alla morte con il vampiro.
Il nome Jake Sullivan è liberamente ispirato al mostro di Monster & Co., film di animazione Disney, James P. Sullivan.
Il nome Jude Drake è un omaggio alla omonima canzone dei Beatles ed all’investigatore Paul Drake della serie Perry Mason.
Il dottor Harris deve il suo nome al grande attore americano Edward Allen “Ed” Harris.
Padre John e Padre Jim non devono il loro nome a nessuno in particolare, ma mi piaceva immaginarmeli entrambi con la stessa iniziale J.
Consuelo Rodriguez nasce da una ricerca casuale su Google. Avevo bisogno di un nome sudamericano e musicale al tempo stesso.
Jeremy Constance deve Il suo nome all’attore Jeremy Irons ed il suo cognome al capolavoro di Ray Bradbury “Constance contro tutti.”
I nomi dei personaggi che appaiono nel prologo Dick Hallorann e Tim Curry, sono presi rispettivamente da uno dei personaggi di Shining e dall’attore che per primo interpretò, nella miniserie anni ’90, Pennywise il pagliaccio ballerino.
Il nome Christine, la moglie dell’agente Morris, è ovviamente ispirato al capolavoro omonimo di Stephen King. George, il figlio dell’agente è ispirato al piccolo personaggio di It. Entrambi i nomi poi, nelle versioni, italiane sono i nomi di mia moglie e mio figlio.

Questi sono i 15 capitoli (un prologo e 14 capitoli) in cui si dividono le circa 300 pagine di “Diciassette alle due” il mio primo romanzo.
0. Prologo
1. La Notte di Natale, primo atto
2.Il racconto di Jake Sullivan (primo tempo)
3.Camille
4.Il racconto di Jake Sullivan (secondo tempo)
5.Ritagli
6.Post Mortem
7.Illuminazione
8.Il cerchio aperto
9.Rivelazioni
10.La Notte di Natale, secondo atto
11.Deus ex machina
12.Riesumazione
13.La fine
14.La Notte di Natale, ultimo atto.
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È la notte di Natale e nell’ala ovest del carcere della città di Messyna, c’è solo un detenuto: Jake Sullivan, accusato e reo confesso dell’assassinio della sua compagna, Jude Drake, avvenuto a Villa Carter, la loro abitazione dall’oscuro passato. In quella vecchia ala deserta, rischiarata solo da neon tremolanti ed esausti, Jake Sullivan, quella sera, riceve la visita di due uomini. Il medico del carcere, il Dottor Harris ed il cappellano, Padre John. Di guardia all’ala ovest c’è l’agente Howard Morris. Quando i due uomini terminano la visita al detenuto, Howard Morris continua il suo turno di guardia. Poco dopo fuori esplode un’improvvisa tempesta e l’ala ovest piomba nel buio. L’agente Morris armato solo di coraggio e di una torcia che non si accende si addentra lungo quel corridoio buio, che tutto ad un tratto sembra popolarsi di inquietanti figure ed ombre sfuggenti, mentre il detenuto sta morendo inspiegabilmente nella sua cella.

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𝘕𝘦𝘪 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘪 𝘣𝘶𝘳𝘳𝘢𝘴𝘤𝘰𝘴𝘪, 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦, 𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘤𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘶𝘱𝘢 𝘦𝘥 𝘪𝘯𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦. 𝘌𝘥 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘯𝘥𝘰𝘯𝘢𝘷𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘪 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘴 𝘳𝘢𝘴𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘐𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘦𝘳𝘢𝘵𝘦 𝘣𝘶𝘳𝘳𝘢𝘴𝘤𝘰𝘴𝘦, 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘷𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘦 𝘦𝘳𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘢, 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘪𝘯𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘶𝘳𝘭𝘰, 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘪𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘧𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘰𝘯𝘥𝘦 𝘴𝘱𝘶𝘮𝘰𝘴𝘦. 𝘔𝘪 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢 𝘧𝘦𝘳𝘰𝘤𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘱𝘦𝘴𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘢𝘧𝘧𝘰𝘨𝘢𝘵𝘪 𝘧𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘴𝘱𝘪𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘳𝘦𝘵𝘪, 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪 𝘨𝘰𝘯𝘧𝘪 𝘦 𝘵𝘶𝘮𝘦𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘥𝘪𝘭𝘢𝘯𝘪𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘢𝘪 𝘱𝘦𝘴𝘤𝘪, 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘧𝘢𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘴𝘶𝘭 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦.

Da “Il Faro”, racconto breve.

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Era lì.
La vedevo.
La sua bellezza era qualcosa di inspiegabile, mistica ed esoterica.
Era innanzi a me, senza alcuna ombra a turbare la sua limpida certezza di essere com’era. Era, certamente, ignara di tanta bellezza, anche se in alcuni riflessi ed accenni tradiva la consapevolezza della sua condizione.
Aveva catturato i miei sensi ed i miei pensieri in un solo attimo. Un attimo solo per rubare annullare le mie facoltà mentali e proiettarle in un punto oscuro da cui era impossibile tornare.
Attorno a me sparirono i profumi e le essenze di cannella, vaniglia e pepe rosa che avevano solleticato il mio olfatto, sin dall’inizio di quella mattina. Adesso, si erano dissolte nella viva lucentezza della bellezza che si dipanava davanti ai miei occhi.
Anche il suono ritmico ed ipnotico del sitar che fino a poco prima avvertivo chiaramente, mi apparve ovattato per poi sparire sovrapponendosi allo sfondo incolore in cui stanno le cose senza importanza.
La bellezza, quella vera davanti ai miei occhi, stava rubando la scena ad ogni cosa.
Anche il sole, faceva la sua parte, regalandole nuovi ed intensi riflessi ad ogni piccolo movimento nuovi riflessi. Ed ognuno di essi, provocava in me sensazioni indescrivibili.
Così mi trovai ad immaginare di averla, di possederla, di stringerla e sentirla mia.
Mia per sempre.
E continuai ad ammirarla in silenzio.
Potevo percepirne l’energia e la forza che quella bellezza emanava. Ne sentivo anche il profumo, ma non sapevo identificarlo, i miei sensi erano tutti impegnati nell’assorbire ogni elemento da quella scena.
Dovevo averla.
Dovevo conquistarla. Ad ogni costo.
Ad ogni costo.
Per lei chiunque avrebbe fatto qualsiasi cosa.
E adesso era lì, per me.
Tremavo osservandola, cercando di assorbirne ogni più piccolo particolare.
Provai a cercare qualche difetto, un qualcosa che me la facesse apparire meno bella, meno perfetta di ciò che in realtà era. Qualcosa che mi facesse recedere dall’insano proposito di possederla per sempre.
Ma nulla. Non c’era nulla a cui mi sarei potuto appigliare.
E dovevo decidere.
In quel momento sarebbe bastato solo un segno, un assenso anche tacito che sarebbe stata mia, per sempre.
Mia per sempre.
E la riguardai, mente il sole la faceva apparire fulgida da ogni angolo, e mi resi conto che come la vedevo io l’avrebbero vista migliaia e migliaia di uomini e mestamente mi decisi.
“No – dissi – Questa gemma di diamante, non posso acquistarla, è troppo costosa.”
Il venditore la riprese dal banco su cui l’aveva poggiata, la conservò nel logoro sacchettino di cuoio gualcito ed uscì, così per come era entrato.
Gli aromi di vaniglia, cannella e pepe rosa tornarono a solleticare il mio naso ed in lontananza il sitar aveva ripreso la sua melodia, che questa volta mi apparve un pizzico più triste.

Era bellissima quando faceva le cose sapendo di essere osservata.

In quei momenti, i suoi movimenti apparivano ammantati da una dolce goffaggine che li rendeva incantevoli.

 

La piazza era deserta e presi posto su uno sgabello alto, accanto ad un tavolo in ferro.

Mi guardai attorno sino a che il mio sguardo annego in due gocce di mare che mi guardavano da una vetrina.

ed eccola lì.

L’avrei riconosciuta anche ad occhi chiusi: era semplicemente la donna di cui mi sarei innamorato perdutamente da lì a qualche secondo.

 

I profumi delle pietanze speziate si diffondevano lungo le vie, evocando immagini di paesi lontani e meridiani esotici.

 

 

 

Photo by Florian GIORGIO on Unsplash