2️⃣5️⃣0️⃣ volte grazie.
Non una volta, o cinquanta o cento, no!
2️⃣5️⃣0️⃣
Come le carezze che avete dato al mio sogno di vedere il nostro “Diciassette alle due” sugli scaffali delle librerie.
Abbiamo raggiunto insieme il primo traguardo, ma voi mi avete preso per mano fino a segnare il secondo importantissimo gol.
Grazie.
Grazie a chi c’è stato e ci ha creduto, ma anche a chi pur dicendo di crederci non ha voluto esserci. Grazie a loro ho capito che tra il dire e il fare, non c’è solo di mezzo “e il”, ma molto di più.
❤️

In una giornata di pioggia, cosa c’è di meglio di iniziare a revisionare il manoscritto di “Diciassette alle due” prima di avviarlo all’editing?

 

Il giorno 9 dicembre 2020 sulla importante testata on line, Tempostretto, è uscito un interessante articolo sul Romanzo “Diciassette alle due” dell’autore Fabio Criniti.

L’articolo, firmato dalla brillante giornalista Emanuela Giorgianni, mette in evidenza alcuni elementi interessanti del romanzio e si conclude con un’intervista all’autore.

Il testo integrale dell’articolo e dell’intervista lo trovate qui

 

Maine, U.S.A. 06/11/2017, 23.00 p.m.

Lungo una strada di una città qualunque

«Cambia musica ogni tanto, Hallorann! Che tu sia dannato!».
L’agente Curry non usava mai parole dolci quando doveva beccarsi con il suo partner, l’agente Hallorann. In quel momento lo stava punzecchiando per la musica che ascoltava in auto: un medley, senza soluzione di continuità, di rock anni ‘50. Le parole dell’agente Curry si erano sovrapposte alla voce di Buddy Holly che si stava stracciando le vesti per la dolce, dolce, dolce Peggy Sue. Sia il cantante occhialuto che l’agente Curry si stavano lagnando per qualcosa.
Hallorann finse di non sentire e continuò a guidare lentamente lungo la strada deserta di quella piccola cittadina del Maine, fischiettando impercettibilmente fra i denti il motivetto della canzone.
«Ehi, ma dico a te! Dick! Mi hai sentito?»
Finalmente Hallorann si girò verso il suo compagno di auto sfoderando quel sorriso che negli anni del liceo gli aveva fatto conquistare non solo il cuore di molte ragazze, ma anche un posto privilegiato nel loro letto. Sorrideva solo con metà della bocca. La metà sinistra, che piegava in una smorfia irresistibile e magnetica, accompagnando il suo sorriso con uno sguardo che non aveva nulla da invidiare al James Dean del Gigante. Aveva, inoltre, una piccola cicatrice di circa quattro centimetri che gli rigava lo zigomo sinistro e che si piegava quando sorrideva.
«Si, ti ho sentito».
«E quindi che pensi di fare?»
«Canticchiare sino a fine turno!»
L’agente Curry, scoppiò a ridere, scuotendo il capo rassegnato.
«Non so se hai il culo grande quanto la tua faccia tosta, o la faccia grande quanto il tuo culo! In ogni caso non è una bocca quella che hai sotto il naso, ma un buco! Un buco coi denti! Capito?»
«Anche io ti amo, Tim».
Entrambi scoppiarono a ridere. Erano ormai due anni che facevano “squadra” ed in qualche modo il tempo dovevano pure ingannarlo. Nei turni di notte in quella città, il tempo sembrava non passare mai e quella notte non faceva ecce-zione. Erano passate da poco le ventitré e trenta e l’agente Curry aveva già sbadigliato quattro volte. Tutto era un mortorio, come sempre. Avresti potuto orina-re davanti la casa del sindaco, con le braghe calate sino alle caviglie, cantando l’inno nazionale a squarciagola e nessuno se ne sarebbe accorto.
Con l’ultima eco delle risate che andava spegnendosi dentro l’abitacolo, l’agente Hallorann svoltò lungo una via, costeggiando svogliatamente il marcia-piede. I due agenti, in silenzio, girarono il capo verso un negozio ormai chiuso.
«Non mi è mai piaciuto questo posto». La voce dell’agente Curry ruppe il momentaneo silenzio che era calato e sembrò un dito che indicava la porta di quel negozio. Era chiuso da tempo, molto tempo, la saracinesca era sbarrata ed arrugginita e poco rimaneva dell’insegna, un tempo luminosa e colorata.

Ne … … ful T… i n … s

Scosse la testa verso il collega.
«Nemmeno a me. Quando ha chiuso, ho tirato un sospiro di sollievo».
«Un giorno ci ero pure entrato». L’agente Curry aveva parlato più a sé stesso che al collega, ripescando dalla memoria il frammento di un ricordo che non credeva di avere ancora conservato.
«Non me lo avevi mai detto». Non c’era accusa nella voce di Hallorann, solo una vaga sorpresa e i fatti che erano accaduti anni addietro lo giustificavano. Erano pochissimi quelli che potevano raccontare di essere entrati in quel nego-zio e di aver potuto continuare a condurre una vita normale.
«Già. Non so perché ma stasera mi è tornato alla mente».
L’agente Curry chiuse gli occhi. Poi riprese a parlare.
«Era una mattina e passando per questo stesso marciapiede, l’occhio mi cadde su un modellino di automobile in tutto e per tutto uguale ad un giocattolo che possedevo da piccolo e che era l’unico ricordo che conservavo di mia madre. Era una macchinina blu e rossa con un piccolo alettone dietro. Si poteva trascinare indietro e poi lasciarla andare via».
Hallorann aveva accostato la macchina al marciapiede, mentre Curry conti-nuava a ricordare. Non lo interruppe.
«Improvvisamente desiderai averla. Non so spiegarmelo nemmeno adesso. Era come se avessi, al tempo, la consapevolezza che, possedendola, avrei recuperato tutte quelle carezze che mia madre non mi poté dare».
La madre di Tim, era morta di un cancro devastante quando Curry aveva solo 7 anni. Ricordava poco di lei, molto poco. Ma uno dei ricordi più cari era lei che dava al piccolo Tim la macchinina con cui giocare. E quella macchinina lo aiutò un po’ a sentirla ancora vicina. Poi, un giorno, il padre di Tim, o ciò che di lui riusciva ad annaspare in quel mare di alcol e sigarette in cui era sprofondato, decise che Tim doveva crescere e che non era più tempo di giocare. Gli strappò via la macchinina dalle mani e Tim non la rivide più. Quel giorno il piccolo Tim avvertì un dolore simile a quello che aveva provato alla morte di sua madre. Quando anni dopo suo padre morì, invece, avvertì un dolore stupido ed incolore. Come un leggero pizzicotto sulla coscia. Si era vaccinato alla vita. Poi, quel giorno, vide quella macchina nella vetrina di quel negozio e fu come se sua madre gli stesse dando la possibilità di stargli ancora vicino. La macchinina era la stes-sa della sua infanzia. Era proprio la sua, ne era certo ne riconosceva tutti i graffi e le ammaccature. Chissà come era finita in quel negozio, ma poco importava. L’avrebbe avuta.
«Entrai e chiesi il prezzo allo strano tipo dietro al bancone. Ricordo che mi venne un brivido nell’incrociare quello sguardo. Era come se mi stesse guardan-do dentro, capendo oltre ogni dubbio che era quel modellino che volevo. Già proprio così. Lui lo sapeva. E mi disse il prezzo, che adesso non ricordo più. Ma nel momento in cui me lo disse, sentii nella testa la voce di mia madre, così come la ricordavo, che mi diceva di andare via. Di scappare da quel negozio. Non l’avevo mai più ricordata la voce di mia madre. Eppure quel giorno dentro questo negozio, ormai chiuso, sapevo che era lei che mi stava parlando. Ed aveva paura. Voleva che andassi via. Fu come svegliarsi da un sonno agitato. Incrociai lo sguardo di quel venditore, sembrava furioso. Abbassai lo sguardo sul bancone e in quel momento mi accorsi che quello che guardavo non era il modellino della mia macchinina, ma una comunissima macchina di latta, che nulla aveva in comune con quella che un tempo era stata mia. Scappai via. E non passai più da questo marciapiede, almeno sino a che questo negozio fu aperto. E non so per-ché, ma ho come la sensazione che questa cosa mi salvò la vita».
Hallorann si limitò ad annuire. Scosse delicatamente la testa e scivolò via lasciandosi alle spalle la bottega chiusa ed il ricordo di quelle cose preziose che anni prima aveva contenuto.
Per un po’ entrambi rimasero in silenzio.
Intanto, nel loro giro di pattuglia si erano immessi lungo una strada stata-le.
Era da poco passata l’una di notte, il medley di Hallorann stava diffondendo le note di Roll Over Beethoven di Chuck Berry ed all’agente Curry era venuta voglia di ciambelle e caffè.
«Ehi che ne diresti di due ciambelle e due bei caffè?»
Hallorann annuì.
«Abbiamo appena superato quella stazione di servizio, faccio inversio-ne…»
«Ehi Dick, ma dico! Ti sembro il tipo di ciambelle preconfezionate io?»
Hallorann scosse la testa, quasi rassegnato.
«Va bene. Proseguo che c’è Mama’s più avanti».
«Caffè troppo lungo Dick!»
«Ma dico Tim! Siamo americani o no? Noi beviamo il caffè lungo!»
«Lungo si, ma quello di Mama’s è acqua sporca dai, lo sai anche tu».
«Al Rainbow Star? Dovrebbe essere a circa dieci miglia da qui e comunque dentro la nostra area di pattuglia».
«Niente da fare, ciambelle troppo piccole e sempre fredde».
«Non vorrai mica arrivare sino a …»
«Esattamente. Dai dobbiamo solo allungare di qualche miglio… ».
«Ma che cazz…»
L’agente Halloran non finì la sua frase, aveva scorto una sagoma umana in fondo alla strada che stavano attraversando e la sua attenzione ne era stata catturata. Era una figura umana. Eretta, ma immobile. Sembrava indossare una ve-ste bianca, malconcia. La rigidità della postura di quella figura, però, richiamava all’agente Hallorann l’idea che fosse un qualcosa di profondamente sbagliato. Un po’ come quando da bambino gli venne l’idea di mettere la panna montata sugli Hamburgher, a posto della mostarda.
«Cos’è?» Tim Curry, aveva già dimenticato le ciambelle. I suoi occhi scruta-vano il buio fuori dal parabrezza per cercare di definire meglio quella indistinta sagoma biancastra che era ferma sul ciglio della strada.
«Andiamo a vedere e addio notte tranquilla».
Hallorann avvicinò la macchina al punto in cui era quella figura. Azionò i lampeggianti, ma quella figura rimase immobile.
«Io scendo», disse all’agente Curry.
«Io ti copro».
«Ok, mister coraggio».
«Fottiti, Dick».
L’agente Hallorann sorrise, piegando ancor di più la parte sinistra delle labbra e la cicatrice sullo zigomo si piegò assumendo la strana forma di un secondo sorriso.
Prese la torcia e l’accese. La figura era ancora ferma sul ciglio della strada e non sembrava si fosse accorta dell’auto che era appena giunta.
L’agente Halloran si apprestò a scendere dall’auto e l’occhio gli cadde sull’orologio digitale incastonato nello spartano cruscotto.
Segnava l’una e quarantatré minuti.
Mancavano solo diciassette minuti alle due.

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Il nome del protagonista di “Diciassette alle due”, Howard Phillips Morris, è un omaggio a Howard Phillips Lovecraft, il più grande autore horror/fantasy che sia mai esistito. Ed è anche una citazione di Dracula di Bram Stoker, romanzo in cui un americano Quincy Morris ha combattuto sino alla morte con il vampiro.
Il nome Jake Sullivan è liberamente ispirato al mostro di Monster & Co., film di animazione Disney, James P. Sullivan.
Il nome Jude Drake è un omaggio alla omonima canzone dei Beatles ed all’investigatore Paul Drake della serie Perry Mason.
Il dottor Harris deve il suo nome al grande attore americano Edward Allen “Ed” Harris.
Padre John e Padre Jim non devono il loro nome a nessuno in particolare, ma mi piaceva immaginarmeli entrambi con la stessa iniziale J.
Consuelo Rodriguez nasce da una ricerca casuale su Google. Avevo bisogno di un nome sudamericano e musicale al tempo stesso.
Jeremy Constance deve Il suo nome all’attore Jeremy Irons ed il suo cognome al capolavoro di Ray Bradbury “Constance contro tutti.”
I nomi dei personaggi che appaiono nel prologo Dick Hallorann e Tim Curry, sono presi rispettivamente da uno dei personaggi di Shining e dall’attore che per primo interpretò, nella miniserie anni ’90, Pennywise il pagliaccio ballerino.
Il nome Christine, la moglie dell’agente Morris, è ovviamente ispirato al capolavoro omonimo di Stephen King. George, il figlio dell’agente è ispirato al piccolo personaggio di It. Entrambi i nomi poi, nelle versioni, italiane sono i nomi di mia moglie e mio figlio.

Questi sono i 15 capitoli (un prologo e 14 capitoli) in cui si dividono le circa 300 pagine di “Diciassette alle due” il mio primo romanzo.
0. Prologo
1. La Notte di Natale, primo atto
2.Il racconto di Jake Sullivan (primo tempo)
3.Camille
4.Il racconto di Jake Sullivan (secondo tempo)
5.Ritagli
6.Post Mortem
7.Illuminazione
8.Il cerchio aperto
9.Rivelazioni
10.La Notte di Natale, secondo atto
11.Deus ex machina
12.Riesumazione
13.La fine
14.La Notte di Natale, ultimo atto.
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È la notte di Natale e nell’ala ovest del carcere della città di Messyna, c’è solo un detenuto: Jake Sullivan, accusato e reo confesso dell’assassinio della sua compagna, Jude Drake, avvenuto a Villa Carter, la loro abitazione dall’oscuro passato. In quella vecchia ala deserta, rischiarata solo da neon tremolanti ed esausti, Jake Sullivan, quella sera, riceve la visita di due uomini. Il medico del carcere, il Dottor Harris ed il cappellano, Padre John. Di guardia all’ala ovest c’è l’agente Howard Morris. Quando i due uomini terminano la visita al detenuto, Howard Morris continua il suo turno di guardia. Poco dopo fuori esplode un’improvvisa tempesta e l’ala ovest piomba nel buio. L’agente Morris armato solo di coraggio e di una torcia che non si accende si addentra lungo quel corridoio buio, che tutto ad un tratto sembra popolarsi di inquietanti figure ed ombre sfuggenti, mentre il detenuto sta morendo inspiegabilmente nella sua cella.

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𝘕𝘦𝘪 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘪 𝘣𝘶𝘳𝘳𝘢𝘴𝘤𝘰𝘴𝘪, 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦, 𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘤𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘶𝘱𝘢 𝘦𝘥 𝘪𝘯𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦. 𝘌𝘥 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘯𝘥𝘰𝘯𝘢𝘷𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘪 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘴 𝘳𝘢𝘴𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘐𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘦𝘳𝘢𝘵𝘦 𝘣𝘶𝘳𝘳𝘢𝘴𝘤𝘰𝘴𝘦, 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘷𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘦 𝘦𝘳𝘳𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘢, 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘪𝘯𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘶𝘳𝘭𝘰, 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘪𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘧𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘰𝘯𝘥𝘦 𝘴𝘱𝘶𝘮𝘰𝘴𝘦. 𝘔𝘪 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢 𝘧𝘦𝘳𝘰𝘤𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘱𝘦𝘴𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘢𝘧𝘧𝘰𝘨𝘢𝘵𝘪 𝘧𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘴𝘱𝘪𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘳𝘦𝘵𝘪, 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪 𝘨𝘰𝘯𝘧𝘪 𝘦 𝘵𝘶𝘮𝘦𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘥𝘪𝘭𝘢𝘯𝘪𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘢𝘪 𝘱𝘦𝘴𝘤𝘪, 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘧𝘢𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘴𝘶𝘭 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦.

Da “Il Faro”, racconto breve.

>>> lo puoi trovare qui <<<

 

Era lì.
La vedevo.
La sua bellezza era qualcosa di inspiegabile, mistica ed esoterica.
Era innanzi a me, senza alcuna ombra a turbare la sua limpida certezza di essere com’era. Era, certamente, ignara di tanta bellezza, anche se in alcuni riflessi ed accenni tradiva la consapevolezza della sua condizione.
Aveva catturato i miei sensi ed i miei pensieri in un solo attimo. Un attimo solo per rubare annullare le mie facoltà mentali e proiettarle in un punto oscuro da cui era impossibile tornare.
Attorno a me sparirono i profumi e le essenze di cannella, vaniglia e pepe rosa che avevano solleticato il mio olfatto, sin dall’inizio di quella mattina. Adesso, si erano dissolte nella viva lucentezza della bellezza che si dipanava davanti ai miei occhi.
Anche il suono ritmico ed ipnotico del sitar che fino a poco prima avvertivo chiaramente, mi apparve ovattato per poi sparire sovrapponendosi allo sfondo incolore in cui stanno le cose senza importanza.
La bellezza, quella vera davanti ai miei occhi, stava rubando la scena ad ogni cosa.
Anche il sole, faceva la sua parte, regalandole nuovi ed intensi riflessi ad ogni piccolo movimento nuovi riflessi. Ed ognuno di essi, provocava in me sensazioni indescrivibili.
Così mi trovai ad immaginare di averla, di possederla, di stringerla e sentirla mia.
Mia per sempre.
E continuai ad ammirarla in silenzio.
Potevo percepirne l’energia e la forza che quella bellezza emanava. Ne sentivo anche il profumo, ma non sapevo identificarlo, i miei sensi erano tutti impegnati nell’assorbire ogni elemento da quella scena.
Dovevo averla.
Dovevo conquistarla. Ad ogni costo.
Ad ogni costo.
Per lei chiunque avrebbe fatto qualsiasi cosa.
E adesso era lì, per me.
Tremavo osservandola, cercando di assorbirne ogni più piccolo particolare.
Provai a cercare qualche difetto, un qualcosa che me la facesse apparire meno bella, meno perfetta di ciò che in realtà era. Qualcosa che mi facesse recedere dall’insano proposito di possederla per sempre.
Ma nulla. Non c’era nulla a cui mi sarei potuto appigliare.
E dovevo decidere.
In quel momento sarebbe bastato solo un segno, un assenso anche tacito che sarebbe stata mia, per sempre.
Mia per sempre.
E la riguardai, mente il sole la faceva apparire fulgida da ogni angolo, e mi resi conto che come la vedevo io l’avrebbero vista migliaia e migliaia di uomini e mestamente mi decisi.
“No – dissi – Questa gemma di diamante, non posso acquistarla, è troppo costosa.”
Il venditore la riprese dal banco su cui l’aveva poggiata, la conservò nel logoro sacchettino di cuoio gualcito ed uscì, così per come era entrato.
Gli aromi di vaniglia, cannella e pepe rosa tornarono a solleticare il mio naso ed in lontananza il sitar aveva ripreso la sua melodia, che questa volta mi apparve un pizzico più triste.

La piazza era deserta e presi posto su uno sgabello alto, accanto ad un tavolo in ferro.

Mi guardai attorno sino a che il mio sguardo annego in due gocce di mare che mi guardavano da una vetrina.

ed eccola lì.

L’avrei riconosciuta anche ad occhi chiusi: era semplicemente la donna di cui mi sarei innamorato perdutamente da lì a qualche secondo.