Il Faro

Per uno strano ed imperscrutabile disegno del destino, il giorno che io compii ventuno anni mio padre improvvisamente morì. Fu strappato via dalla vita e dalle nostre esistenze, con la stessa rapidità e non curanza con cui un fiore viene reciso per ornare di benevolenza la fredda lapide su cui verrà deposto. Non posso dire di avere sofferto molto. Ricordo solo che ero turbato come una mente piuttosto giovane, anche se proiettata verso l’età adulta, può esserlo innanzi alle spire fatali ed ineffabili del destino che incombe su ogni singolo uomo, nel momento stesso in cui viene al mondo.

Mio padre era un brav’uomo o quanto meno questo era quello che la maggioranza delle persone pensava di lui. Ha sempre rispettato mia madre come pochi uomini, a quel tempo, erano capaci di rispettare una donna. Aveva sempre una parola affettuosa anche nei miei confronti e mi affascinava sempre, quando mi parlava del suo lavoro e mi rapiva di meraviglia quando, a volte, mi portava con sé.

Mio padre era il guardiano del faro dell’isola presso la quale avevamo la nostra dimora. E prima di lui lo fu suo padre ed il padre di suo padre. E forse anche il padre del padre di suo padre. Passava le notti in cima alla bianca torre luminosa, che sorgeva su un isolotto a poche braccia di mare dalla nostra isola, scongiurando le tragedie di cui il mare, pare, non essere mai sazio.

La sua morte repentina, ingiustificata, ingiusta ed a molti apparsa quasi fastidiosa, proprio per la pietà che suscitava mia madre soffocata nei singhiozzi di un dolore che non accennava a sparire, mi portarono ad accettare, senza remora alcuna, di continuare la tradizione della famiglia, divenendo io stesso il quarto guardiano di quel faro.

Non dovetti imparare molto. Nei lunghi anni trascorsi con mio padre e nelle numerose visite alla torre luminosa, avevo assorbito tutti i segreti di quel malinconico mestiere. Vedevo scorrere davanti a me, le sagome scure delle navi e dei vascelli, ai quali il mio faro, la mia nuova casa, indicava la rotta. Li sentivo scorrere lenti, quasi lasciando intuire una sorta di confidenza che ci accomunava, eppure mi erano lontani e del tutto estranei. Era una sensazione strana quella che si accompagnava alla consapevolezza che dal mio lavoro, dal mio impegno e dalla mia attenzione potessero dipendere vite umane, che però non riuscivo a collegare a nessun volto ed a nessuno affetto. Ed iniziai a provare solo indifferenza verso quelle sagome scure che, di tanto in tanto, si delineavano all’orizzonte e scivolavano via, sicure, grazie alla via che io indicavo.

 

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