il pianista

Le dita del pianista scorrevano veloci ed agili sugli eburnei tasti, che erano diventati parti integranti di sé stesso. Appena sfiorati dalle sue dita, si trasformavano in tentacoli, che lo avvinghiavano fra le spire, sempre più strette, di un pentagramma zeppo di note e pause e tempi e chiavi e armonie e melodie mescolate insieme, in un unico motivo, che era la colonna sonora della sua vita.

Il suo sogno d’amore, che non passava mai.

Il suo ricordo, appena ricordato, accennato, tra gli occhi lucidi di pianto.

Una promessa di bellezza. Come un fiore appena prima di sbocciare, che racchiude in sé l’idea di ciò che sarà, ma ancora non è.

E poi diviene.

Musica.

È come parlare mille lingue in una volta sola.

Come solcare mari lontani, quasi inesistenti, e fiumi impetuosi e valli immense.

Come sfiorare gli scogli di un’isola irraggiungibile e bagnarsi le dita con la morbida e sfuggente spuma del mare. Che danza, leggera, fallace nuvola di un cielo liquido, sottosopra, dove nere e bianche gondole di note trasportano i pensieri verso l’Altrove.

Ed era lì che lui andava, quando componeva.

Si mescolava alle sue note, diventandone parte integrante. Si scioglieva nei suoi accordi che, come un’amante capricciosa, erano a volte dolci ed a volte irruenti. E lui respirava tra le sue pause, unici elementi capaci di dare senso al suono. Perché, lui lo sapeva bene, che comporre una musica senza pause era creare una cacofonia di suoni. Una scellerata soluzione, latrice di un impensabile ed infimo disprezzo per la meravigliosa Euterpe.

La sua amata.

E l’amava davvero.

Perché non poteva non amarla. Non poteva farne a meno. Non solo per il nome che portava. Ma l’aveva amata sin dal primo momento in cui l’aveva vista. Aveva amato i suoi occhi azzurri, che dal primo istante richiamarono alla sua mente le prime due note, pulite e cristalline, di quello che, poi, sarebbe diventato il suo inno al cielo. Le sue labbra rosa e vellutate, capaci di suscitare le più accese, e desiderate, promesse di ardenti schiocchi, che lui seppe subito tradurre in un andante, vivace e gradevole. Aveva subito amato i suoi capelli dolcemente ondulati, grano mosso dal vento, che sembravano emanassero un suono lieve, sussurrato e discreto. Un suono eterno, che lui seppe afferrare, racchiudendolo nelle cinque righe di quel pentagramma che aveva sempre appresso. E aveva amato le sue spalle, così aggraziate da richiamare alla mente il pulito tintinnio di un cielo stellato. Un cielo in cui lui aveva sin da subito desiderato perdersi. Aveva amato subito anche le sue mani fragili e sicure al tempo stesso. Come una melodia dall’aspetto apparentemente semplice. E poi aveva amato da sempre, con tutto sé stesso, il suo corpo. Ecco, se i suoi occhi, il suo viso, le sue labbra, le spalle e le mani suonavano una melodia che parlava d’amore, il suo corpo teneva insieme queste note in un’avvinghiante armonia.

Lei era la sua Euterpe.

Lei era una Musica.

Che, in un solo istante, diveniva tutta la musica e che, allo stesso tempo, era la Musica.

E doveva comporre per lei.  Lo sapeva. Lo aveva sempre saputo dal momento stesso in cui i suoi occhi l’avevano incontrata la prima volta, lungo la strada. Per lui non ci fu che solo lo scopo di riempire il suo pentagramma di quelle note, che vedeva incrociando il suo viso ed il suo corpo.

 

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