racconto di natale

… din… din… din…

 

“È la notte di Natale, la notte dei desideri. Comprate un biscottino della fortuna” ripeteva entusiasticamente la ragazza con un pittoresco abito rosso all’angolo della strada, mentre agitava nella mano destra una piccola campanella dorata, sfoggiando un sorriso sincero e contagioso.

Poco distante, invece, quasi a creare un contrasto con l’aria festosa della ragazza, un uomo camminava avvolto nel suo cappotto, con l’aria infreddolita e sola. Passò accanto alla ragazza, alla quale dedicò una occhiata distratta, per poi tirare dritto, quasi infastidito dalla felicità che quella emanava.

Poco distante da dove si trovava, notò l’insegna lampeggiante di un bar, che sembrava fosse essere aperto malgrado fosse la notta di Natale. Quasi senza pesare, vi si diresse come se stesse rispondendo all’esigenza di non restare solo la notte di Natale, proprio quella notte. Arrivato innanzi alla porta del bar, lesse compiaciuto “Aperto tutta la notte”, in uno di quei display digitali tutto luci e lampeggi, fuori tono per quasi tutto l’anno, ma perfettamente integrati durante il periodo natalizio.

Il bar in cui era entrato, che peraltro nemmeno ricordava di conoscere, era uno di quei luoghi in cui, in quelle giornate particolari, si ritrovavano tutti coloro che non avevano un posto diverso dove andare. Il locale era ampio e luminoso ed era diviso in piccole salette con un tavolino ciascuna, grazie ad una serie di separé posti lungo il corridoio laterale di fronte al bancone.

L’uomo, ancora avvolto nel suo pesante cappotto, le mani in tasca e le spalle vagamente incurvate, entrò. Si sedette ad un tavolino libero e finalmente si sbottonò il cappotto, allentò la sciarpa ed uscì il pacchetto di sigarette. Inizio a tamburellare con i polpastrelli sul pacchetto girando lo sguardo attorno. Nessuno. Anche se quel bar, era aperto, era praticamente vuoto. Era la notte di Natale, dopo tutto e non tutti erano soli quella notte. E di quei pochi che, come lui, erano soli, forse nessuno era stato l’artefice infallibile della propria solitudine. Ecco, quei pensieri cupi che da un po’ lo attanagliavano erano diventati, lentamente e progressivamente, sempre più pungenti. Quasi in maniera direttamente proporzionale all’imminenza della Festa. Deglutì, quasi ad ingoiarli per ricacciarli dal caos dal quale erano emersi e che da mesi, ormai, si manifestava come una matassa di filo spinato all’altezza proprio dello stomaco. Socchiuse gli occhi un attimo e si ritrovò con una sigaretta tra le mani. Riaprì gli occhi e si guardò nuovamente attorno. L’accese, nessuno gli avrebbe detto di spegnerla. Il locale era vuoto ed inoltre, tutti quelli che, come lui, capitavano in un bar la notte di Natale, erano come invisibili, ombre sbiadite delle persone solari che un giorno erano stati.

Il fumo della sigaretta, saliva svogliato verso il soffitto addensandosi in morbide nuvolette bianche, che apparivano un giusto momento, nell’attimo in cui venivano trafitte dal fascio di luce emanato dal piccolo led del soffitto. L’uomo respirava lento, gustandosi quel fumo e tutto il male che poteva fargli. Sentiva il calore di tabacco bruciato scaldargli la gola, allagargli i polmoni e poi venir fuori, amaro, dalle narici che un tempo, nemmeno troppo lontano, assaporavano una fragranza agrumata sul collo di una donna che adesso non c’era più. Una fragranza molto simile a quella che stava percependo in quel momento. Con gli occhi socchiusi. Aprì gli occhi. Una graziosa cameriera era davanti a lui. Formosa, capelli con sfumature rosse ed occhi azzurri. Sul grembiule che portava per il servizio aveva appuntato un nome, che lui lesse distrattamente senza memorizzare, tormentato di più su un ricordo spinoso, che quella fragranza gli aveva suscitato.

 

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