2️⃣5️⃣0️⃣ volte grazie.
Non una volta, o cinquanta o cento, no!
2️⃣5️⃣0️⃣
Come le carezze che avete dato al mio sogno di vedere il nostro “Diciassette alle due” sugli scaffali delle librerie.
Abbiamo raggiunto insieme il primo traguardo, ma voi mi avete preso per mano fino a segnare il secondo importantissimo gol.
Grazie.
Grazie a chi c’è stato e ci ha creduto, ma anche a chi pur dicendo di crederci non ha voluto esserci. Grazie a loro ho capito che tra il dire e il fare, non c’è solo di mezzo “e il”, ma molto di più.
❤️

I personaggi di Diciassette alle Due

L’avversario di Emmanuel Carrere è un romanzo verità sulla storia di Jean Cloude Romand che – al culmine di una vita basata sulla menzogna e sulla truffa – uccide la moglie, i suoi due figli e propri genitori.
Il romanzo con uno stile asciutto e diretto tenta di sondare le delicate tematiche poste alla base del folle gesto.
Quello che emerge è che Romand è un uomo che ha fatto della menzogna il suo stile di vita. Ha mentito sui suoi studi, ha mentito ed ha continuato a mentire sul suo lavoro, mente sugli investimenti finanziari e questa spirale di menzogne finirà per attorcigliarsi attorno a lui costringendolo al folle gesto.
Durante le indagini ed il successivo processo Romand alterna momenti in cui vorrebbe farla finita a momenti in cui decide di condannarsi a vivere, il tutto intriso da un riscoperto fervore religioso per la preghiera che forse – si percepisce – può essere l’ennesimo inganno dell’avversario.
Il titolo, appunto, si richiama espressamente ad uno degli appellativi del diavolo, l’Avversario per eccellenza di Dio.
Il romanzo è considerato il capolavoro dello scrittore francese, e forse lo è. Tuttavia lascia diversi dubbi e interrogativi a cui solo Romand stesso potrebbe rispondere, ma forse ancora una volta non direbbe la verità.
lettura consigliata.


“Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone il cui sguardo non sarebbe riuscito a sopportare. È stato condannato all’ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi.” (Emmanuel Carrère)

Editore : Adelphi (29 maggio 2012)
Lingua : Italiano
Copertina flessibile : 169 pagine
ISBN-10 : 8845927865
ISBN-13 : 978-8845927867

In una giornata di pioggia, cosa c’è di meglio di iniziare a revisionare il manoscritto di “Diciassette alle due” prima di avviarlo all’editing?

Il video di ringraziamento dell’autore per tutti i suoi sostenitori

 

 

Il giorno 9 dicembre 2020 sulla importante testata on line, Tempostretto, è uscito un interessante articolo sul Romanzo “Diciassette alle due” dell’autore Fabio Criniti.

L’articolo, firmato dalla brillante giornalista Emanuela Giorgianni, mette in evidenza alcuni elementi interessanti del romanzio e si conclude con un’intervista all’autore.

Il testo integrale dell’articolo e dell’intervista lo trovate qui

 

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Maine, U.S.A. 06/11/2017, 23.00 p.m.

Lungo una strada di una città qualunque

«Cambia musica ogni tanto, Hallorann! Che tu sia dannato!».
L’agente Curry non usava mai parole dolci quando doveva beccarsi con il suo partner, l’agente Hallorann. In quel momento lo stava punzecchiando per la musica che ascoltava in auto: un medley, senza soluzione di continuità, di rock anni ‘50. Le parole dell’agente Curry si erano sovrapposte alla voce di Buddy Holly che si stava stracciando le vesti per la dolce, dolce, dolce Peggy Sue. Sia il cantante occhialuto che l’agente Curry si stavano lagnando per qualcosa.
Hallorann finse di non sentire e continuò a guidare lentamente lungo la strada deserta di quella piccola cittadina del Maine, fischiettando impercettibilmente fra i denti il motivetto della canzone.
«Ehi, ma dico a te! Dick! Mi hai sentito?»
Finalmente Hallorann si girò verso il suo compagno di auto sfoderando quel sorriso che negli anni del liceo gli aveva fatto conquistare non solo il cuore di molte ragazze, ma anche un posto privilegiato nel loro letto. Sorrideva solo con metà della bocca. La metà sinistra, che piegava in una smorfia irresistibile e magnetica, accompagnando il suo sorriso con uno sguardo che non aveva nulla da invidiare al James Dean del Gigante. Aveva, inoltre, una piccola cicatrice di circa quattro centimetri che gli rigava lo zigomo sinistro e che si piegava quando sorrideva.
«Si, ti ho sentito».
«E quindi che pensi di fare?»
«Canticchiare sino a fine turno!»
L’agente Curry, scoppiò a ridere, scuotendo il capo rassegnato.
«Non so se hai il culo grande quanto la tua faccia tosta, o la faccia grande quanto il tuo culo! In ogni caso non è una bocca quella che hai sotto il naso, ma un buco! Un buco coi denti! Capito?»
«Anche io ti amo, Tim».
Entrambi scoppiarono a ridere. Erano ormai due anni che facevano “squadra” ed in qualche modo il tempo dovevano pure ingannarlo. Nei turni di notte in quella città, il tempo sembrava non passare mai e quella notte non faceva ecce-zione. Erano passate da poco le ventitré e trenta e l’agente Curry aveva già sbadigliato quattro volte. Tutto era un mortorio, come sempre. Avresti potuto orina-re davanti la casa del sindaco, con le braghe calate sino alle caviglie, cantando l’inno nazionale a squarciagola e nessuno se ne sarebbe accorto.
Con l’ultima eco delle risate che andava spegnendosi dentro l’abitacolo, l’agente Hallorann svoltò lungo una via, costeggiando svogliatamente il marcia-piede. I due agenti, in silenzio, girarono il capo verso un negozio ormai chiuso.
«Non mi è mai piaciuto questo posto». La voce dell’agente Curry ruppe il momentaneo silenzio che era calato e sembrò un dito che indicava la porta di quel negozio. Era chiuso da tempo, molto tempo, la saracinesca era sbarrata ed arrugginita e poco rimaneva dell’insegna, un tempo luminosa e colorata.

Ne … … ful T… i n … s

Scosse la testa verso il collega.
«Nemmeno a me. Quando ha chiuso, ho tirato un sospiro di sollievo».
«Un giorno ci ero pure entrato». L’agente Curry aveva parlato più a sé stesso che al collega, ripescando dalla memoria il frammento di un ricordo che non credeva di avere ancora conservato.
«Non me lo avevi mai detto». Non c’era accusa nella voce di Hallorann, solo una vaga sorpresa e i fatti che erano accaduti anni addietro lo giustificavano. Erano pochissimi quelli che potevano raccontare di essere entrati in quel nego-zio e di aver potuto continuare a condurre una vita normale.
«Già. Non so perché ma stasera mi è tornato alla mente».
L’agente Curry chiuse gli occhi. Poi riprese a parlare.
«Era una mattina e passando per questo stesso marciapiede, l’occhio mi cadde su un modellino di automobile in tutto e per tutto uguale ad un giocattolo che possedevo da piccolo e che era l’unico ricordo che conservavo di mia madre. Era una macchinina blu e rossa con un piccolo alettone dietro. Si poteva trascinare indietro e poi lasciarla andare via».
Hallorann aveva accostato la macchina al marciapiede, mentre Curry conti-nuava a ricordare. Non lo interruppe.
«Improvvisamente desiderai averla. Non so spiegarmelo nemmeno adesso. Era come se avessi, al tempo, la consapevolezza che, possedendola, avrei recuperato tutte quelle carezze che mia madre non mi poté dare».
La madre di Tim, era morta di un cancro devastante quando Curry aveva solo 7 anni. Ricordava poco di lei, molto poco. Ma uno dei ricordi più cari era lei che dava al piccolo Tim la macchinina con cui giocare. E quella macchinina lo aiutò un po’ a sentirla ancora vicina. Poi, un giorno, il padre di Tim, o ciò che di lui riusciva ad annaspare in quel mare di alcol e sigarette in cui era sprofondato, decise che Tim doveva crescere e che non era più tempo di giocare. Gli strappò via la macchinina dalle mani e Tim non la rivide più. Quel giorno il piccolo Tim avvertì un dolore simile a quello che aveva provato alla morte di sua madre. Quando anni dopo suo padre morì, invece, avvertì un dolore stupido ed incolore. Come un leggero pizzicotto sulla coscia. Si era vaccinato alla vita. Poi, quel giorno, vide quella macchina nella vetrina di quel negozio e fu come se sua madre gli stesse dando la possibilità di stargli ancora vicino. La macchinina era la stes-sa della sua infanzia. Era proprio la sua, ne era certo ne riconosceva tutti i graffi e le ammaccature. Chissà come era finita in quel negozio, ma poco importava. L’avrebbe avuta.
«Entrai e chiesi il prezzo allo strano tipo dietro al bancone. Ricordo che mi venne un brivido nell’incrociare quello sguardo. Era come se mi stesse guardan-do dentro, capendo oltre ogni dubbio che era quel modellino che volevo. Già proprio così. Lui lo sapeva. E mi disse il prezzo, che adesso non ricordo più. Ma nel momento in cui me lo disse, sentii nella testa la voce di mia madre, così come la ricordavo, che mi diceva di andare via. Di scappare da quel negozio. Non l’avevo mai più ricordata la voce di mia madre. Eppure quel giorno dentro questo negozio, ormai chiuso, sapevo che era lei che mi stava parlando. Ed aveva paura. Voleva che andassi via. Fu come svegliarsi da un sonno agitato. Incrociai lo sguardo di quel venditore, sembrava furioso. Abbassai lo sguardo sul bancone e in quel momento mi accorsi che quello che guardavo non era il modellino della mia macchinina, ma una comunissima macchina di latta, che nulla aveva in comune con quella che un tempo era stata mia. Scappai via. E non passai più da questo marciapiede, almeno sino a che questo negozio fu aperto. E non so per-ché, ma ho come la sensazione che questa cosa mi salvò la vita».
Hallorann si limitò ad annuire. Scosse delicatamente la testa e scivolò via lasciandosi alle spalle la bottega chiusa ed il ricordo di quelle cose preziose che anni prima aveva contenuto.
Per un po’ entrambi rimasero in silenzio.
Intanto, nel loro giro di pattuglia si erano immessi lungo una strada stata-le.
Era da poco passata l’una di notte, il medley di Hallorann stava diffondendo le note di Roll Over Beethoven di Chuck Berry ed all’agente Curry era venuta voglia di ciambelle e caffè.
«Ehi che ne diresti di due ciambelle e due bei caffè?»
Hallorann annuì.
«Abbiamo appena superato quella stazione di servizio, faccio inversio-ne…»
«Ehi Dick, ma dico! Ti sembro il tipo di ciambelle preconfezionate io?»
Hallorann scosse la testa, quasi rassegnato.
«Va bene. Proseguo che c’è Mama’s più avanti».
«Caffè troppo lungo Dick!»
«Ma dico Tim! Siamo americani o no? Noi beviamo il caffè lungo!»
«Lungo si, ma quello di Mama’s è acqua sporca dai, lo sai anche tu».
«Al Rainbow Star? Dovrebbe essere a circa dieci miglia da qui e comunque dentro la nostra area di pattuglia».
«Niente da fare, ciambelle troppo piccole e sempre fredde».
«Non vorrai mica arrivare sino a …»
«Esattamente. Dai dobbiamo solo allungare di qualche miglio… ».
«Ma che cazz…»
L’agente Halloran non finì la sua frase, aveva scorto una sagoma umana in fondo alla strada che stavano attraversando e la sua attenzione ne era stata catturata. Era una figura umana. Eretta, ma immobile. Sembrava indossare una ve-ste bianca, malconcia. La rigidità della postura di quella figura, però, richiamava all’agente Hallorann l’idea che fosse un qualcosa di profondamente sbagliato. Un po’ come quando da bambino gli venne l’idea di mettere la panna montata sugli Hamburgher, a posto della mostarda.
«Cos’è?» Tim Curry, aveva già dimenticato le ciambelle. I suoi occhi scruta-vano il buio fuori dal parabrezza per cercare di definire meglio quella indistinta sagoma biancastra che era ferma sul ciglio della strada.
«Andiamo a vedere e addio notte tranquilla».
Hallorann avvicinò la macchina al punto in cui era quella figura. Azionò i lampeggianti, ma quella figura rimase immobile.
«Io scendo», disse all’agente Curry.
«Io ti copro».
«Ok, mister coraggio».
«Fottiti, Dick».
L’agente Hallorann sorrise, piegando ancor di più la parte sinistra delle labbra e la cicatrice sullo zigomo si piegò assumendo la strana forma di un secondo sorriso.
Prese la torcia e l’accese. La figura era ancora ferma sul ciglio della strada e non sembrava si fosse accorta dell’auto che era appena giunta.
L’agente Halloran si apprestò a scendere dall’auto e l’occhio gli cadde sull’orologio digitale incastonato nello spartano cruscotto.
Segnava l’una e quarantatré minuti.
Mancavano solo diciassette minuti alle due.

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Il nome del protagonista di “Diciassette alle due”, Howard Phillips Morris, è un omaggio a Howard Phillips Lovecraft, il più grande autore horror/fantasy che sia mai esistito. Ed è anche una citazione di Dracula di Bram Stoker, romanzo in cui un americano Quincy Morris ha combattuto sino alla morte con il vampiro.
Il nome Jake Sullivan è liberamente ispirato al mostro di Monster & Co., film di animazione Disney, James P. Sullivan.
Il nome Jude Drake è un omaggio alla omonima canzone dei Beatles ed all’investigatore Paul Drake della serie Perry Mason.
Il dottor Harris deve il suo nome al grande attore americano Edward Allen “Ed” Harris.
Padre John e Padre Jim non devono il loro nome a nessuno in particolare, ma mi piaceva immaginarmeli entrambi con la stessa iniziale J.
Consuelo Rodriguez nasce da una ricerca casuale su Google. Avevo bisogno di un nome sudamericano e musicale al tempo stesso.
Jeremy Constance deve Il suo nome all’attore Jeremy Irons ed il suo cognome al capolavoro di Ray Bradbury “Constance contro tutti.”
I nomi dei personaggi che appaiono nel prologo Dick Hallorann e Tim Curry, sono presi rispettivamente da uno dei personaggi di Shining e dall’attore che per primo interpretò, nella miniserie anni ’90, Pennywise il pagliaccio ballerino.
Il nome Christine, la moglie dell’agente Morris, è ovviamente ispirato al capolavoro omonimo di Stephen King. George, il figlio dell’agente è ispirato al piccolo personaggio di It. Entrambi i nomi poi, nelle versioni, italiane sono i nomi di mia moglie e mio figlio.